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Riparare i viventi, il romanzo di Maylis de Kerangal

riparare i viventi

Seppellire i morti, riparare i viventi

“Riparare i viventi” è libro durissimo, difficile, affilato come la lama di un coltello, ma emozionante come pochi, indimenticabile.

Con una prosa asciutta, elegante, incalzante, la scrittrice inizia raccontando una storia come tante, tragedie che accadono ogni giorno e che direttamente o indirettamente hanno toccato ciascuno di noi.

Simon è un ragazzo di 19 anni, bello, forte, pieno di vita e di energia, che vive del suo amore per la bella Juliette, dell’affetto della sua famiglia, della sua indomabile passione per il surf.

Una notte, rientrando da una sessione in cui ha sfidato e cavalcato le onde della Manica, Simon, stanchissimo e infreddolito ma felice, resta coinvolto in un incidente d’auto.

La prognosi, purtroppo è nefasta: trauma cranico, coma irreversibile, morte cerebrale. Solo il suo cuore batte ancora, in un corpo che ormai è un guscio vuoto, perché Simon è andato via.

Il difficile compito dell’infermiere Thomas è comunicare ai genitori che il loro bambino non c’è più; far accettare loro, con tutta la delicatezza possibile, che è morto irrimediabilmente, nonostante quel cuore pulsante.

Deve spalancare dinanzi a loro il baratro senza fine della perdita di un figlio.

Allo stesso tempo, però, muovendosi con la leggerezza di un equilibrista, deve sussurrare loro che non si tratta di una morte insensata se può dare una speranza di vita a qualcun altro, attraverso la donazione degli organi.

In questo racconto, che si esaurisce in 24 ore di vita e di morte, il lettore, così come Simon fa con le onde del mare, cavalca le emozioni di tutti i personaggi, che uno alla volta e poco a poco si rivelano.

Quelle della madre e del padre, che nella tragedia riescono a ritrovarsi, di Juliette e della sorellina Lou, che devono accettare una scomparsa prematura e inspiegabile, di Thomas che si compenetra in quel dolore per riuscire ad incanalarlo nell’unica direzione che possa dare un minimo conforto, dei singoli componenti dell’equipe medica incaricata di effettuare l’espianto e il trapianto, di coloro la cui vita è appesa ad un filo ed è ridotta, ormai, all’attesa di una telefonata che possa riaccendere la speranza.

Emozioni talmente traboccanti, incontenibili a tratti, che proseguire la lettura diventa difficile, ma inevitabile, perché avvince senza lasciare vie di fuga.

Un libro che racconta di dolori indicibili e dilemmi esistenziali, ma che, allo stesso tempo, è un inno alla vita e alla speranza, una luce accesa sulla riparazione di chi sopravvive alla morte.

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